
In foto il passaggio di Mussolini a Casalserugo diretto a Candiana, 24 settembre 1938 - Arch. A.C.Maritan /CDSL
La concessione della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini: un’indagine campione su alcuni comuni del padovano (Albignasego, Cartura, Casalserugo, Due Carrare e Maserà)
Ricerca esclusiva di Franco de Checchi per “Casalserugo e dintorni” C.D.S.L. “Giuseppe e Leonino da Zara”.
1. Il contesto generale
La concessione della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini da parte di numerosi comuni italiani rappresenta un fenomeno emblematico della cultura politica e simbolica dell’Italia tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Tale pratica, apparentemente onorifica e amministrativa, assunse in realtà un forte valore politico e propagandistico che, inserendosi pienamente nelle strategie di legittimazione e sacralizzazione del regime fascista, rappresentava uno strumento di adesione formale al nuovo ordine politico. Dopo la marcia su Roma dell’ottobre 1922 e la progressiva trasformazione dello Stato liberale in regime autoritario, la figura di Mussolini fu oggetto di un intenso processo di personalizzazione del potere. In questo contesto, la cittadinanza onoraria a Mussolini assumeva un duplice significato: da un lato, ribadiva la fedeltà delle comunità locali al Duce, dall’altro, contribuiva a rafforzare l’immagine di Mussolini come “padre della patria”, legato simbolicamente a ogni città e paese della nazione.
L’onorificenza concessa a Benito Mussolini, all’epoca presidente del Consiglio dei Ministri, fu indubbiamente una decisione politica figlia della congiuntura storica, un provvedimento imposto dall’alto e funzionale a una narrazione ideologica volta a stabilire una linea di continuità tra il sacrificio della Grande Guerra, la violenza squadrista e la conquista del potere attraverso la marcia su Roma, determinando una netta cesura tra i sostenitori degli ideali fascisti e i loro oppositori, accusati di fomentare sentimenti antinazionali1. Per meglio comprendere la genesi e le motivazioni sottese alle iniziative per il conferimento del prestigioso titolo, è necessario, tuttavia, osservare tale provvedimento alla luce dei profondi mutamenti politici che interessarono l’Italia nei mesi precedenti, dei quali esso rappresentò una logica espressione e conseguenza.
2. Le elezioni politiche del 1924 nel padovano
Le elezioni politiche tenutesi il 6 maggio 1924 si svolsero in un clima segnato da violenze, intimidazioni, illegalità e brogli, puntualmente denunciati alla Camera dei Deputati il 30 maggio dall’esponente socialista Giacomo Matteotti, che in seguito a tali prorompenti accuse fu rapito e assassinato pochi giorni dopo. La consultazione indetta per la formazione della XXVII legislatura fu la prima e unica a svolgersi secondo la nuova riforma elettorale introdotta con la ratifica della cosiddetta “Legge Acerbo”, che prevedeva la suddivisione del territorio nazionale in quindici circoscrizioni regionali e l’applicazione di un metodo proporzionale con premio di maggioranza, pari ai due terzi dei seggi (356 su 535), assegnato alla lista vincitrice che avesse ottenuto almeno il 25% dei voti. A livello nazionale il cosiddetto “Listone” fascista ottenne il 56% dei suffragi, mentre nella provincia di Padova la percentuale si attestò su un più contenuto 53% e nel capoluogo raggiunse soltanto il 33%, segno che l’opposizione antifascista perseguita dai popolari e dai tre partiti d’ispirazione socialista (unitari, massimalisti e comunisti), conservava ancora un ampio consenso in ambito cittadino. Nei distretti periferici, invece, il fascismo era riuscito ad affermarsi come forza maggioritaria, potendo imporre con vigorosa sistematicità i suoi metodi terroristici, grazie anche alla convinta adesione al nuovo corso politico dei ceti che gravitavano nell’ambito della democrazia liberale2. La vittoria fascista a livello provinciale fu, tuttavia, favorita da una serie d’irregolarità verificatesi nei seggi durante le operazioni di scrutinio delle schede e da numerose azioni liberticide in tutto il padovano compiute nei giorni precedenti alle elezioni e segnalate dai quotidiani d’opposizione, che colpirono i simpatizzanti del Partito Popolare e delle forze di sinistra, fatti oggetto di minacce, violenze fisiche, intimidazioni psicologhe, sequestro di certificati elettorali e impedimenti nella conduzione della campagna elettorale, nell’affissione dei manifesti e nell’organizzazione di comizi3.
3. I comuni padovani e la cittadinanza onoraria al Duce: un atto imposto per consolidare il consenso
La XXVII legislatura si insediò ufficialmente il 24 maggio 1924, data coincidente con il nono anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia; una ricorrenza che nell’immaginario fascista assumeva una forte valenza simbolica, evocando quella riscossa dell’identità nazionale che il nuovo parlamento intendeva, per analogia, ridestare e rinnovare. Poche settimane prima, il 21 aprile 1924, era stata introdotta per la prima volta la nuova festività del Natale di Roma, con la quale il fascismo mirava a legittimare e naturalizzare il proprio ruolo attraverso il richiamo ai miti fondativi della civiltà capitolina. In tale occasione, il commissario prefettizio di Roma, accogliendo la richiesta di alcune autorevoli personalità e di una ventina di deputati fascisti, aveva concesso la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. L’eco di tale iniziativa non rimase circoscritto esclusivamente alla capitale, ma assunse il valore di un modello destinato a propagarsi in tutta la nazione, secondo una precisa strategia politica che si sviluppò nelle settimane seguenti sotto l’abile regia del sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri Giacomo Acerbo (1888-1969), che il 7 maggio, all’indomani della vittoria elettorale, inviò a tutti i prefetti del Regno una circolare telegrafica riservata, in cui invitava i destinatari a far “comprendere alle amministrazioni della provincia tutto l’alto significato che assumerebbe il conferimento della cittadinanza onoraria a S.E. Presidente del Consiglio in occasione della prossima ricorrenza del 24 maggio”, richiedendo poi continui aggiornamenti sugli sviluppi di tale iniziativa4. La raccomandazione governativa fu prontamente recepita dal prefetto padovano e trasmessa ai sindaci della provincia che, con analoga rapidità, convocarono dapprima le giunte municipali e, pochi giorni più tardi, i consigli comunali, riuniti in seduta ordinaria o straordinaria talora aperta al pubblico, al fine di sottoporre al voto il conferimento della cittadinanza onoraria al Duce, ufficializzando così la scontata ratifica della sollecitazione ministeriale, approvata per servilismo o per convinzione dalle amministrazioni maggiormente fascistizzate, per paura o per quieto vivere dalle municipalità dove ancora sopravvivevano le componenti politiche più democratiche. Così, già l’11 maggio arrivarono le prime convinte adesioni da parte dei municipi di Anguillara Veneta, Barbona, Baone, Cinto Euganeo e S. Giorgio in Bosco, imitati il giorno successivo da Veggiano e Conselve, mentre la maggior parte delle onorificenze (73) fu concessa tra il 15 e il 24 maggio, cui seguirono le deliberazioni di alcuni comuni ritardatari adottate nella prima decade del mese successivo5. Il 14 giugno, il prefetto Ferrara poteva orgogliosamente comunicare al sottosegretario Acerbo l’adesione di 92 comuni sui 105 che componevano la provincia.
L’analisi del contenuto delle delibere comunali consente di cogliere elementi di particolare interesse sia in relazione alle argomentazioni addotte dai relatori, sia riguardo al linguaggio da loro utilizzato nel pronunciare discorsi infarciti di ridondante retorica, in cui è riconoscibile una ricorrente matrice di luoghi comuni, verosimilmente riconducibili a precise linee guida impartite dagli ambienti prefettizi o dal direttorio provinciale del fascio. Piuttosto frequenti sono, infatti, i richiami celebrativi della marcia su Roma e della conquista del potere da parte del fascismo, l’esaltazione “dell’opera grandiosa del Duce, delle virtù e dei servigi inestimabili resi per la redenzione e la grandezza della patria”, i riferimenti alla vittoriosa battaglia contro il bolscevismo, l’esaltazione del nazionalismo e del crescente prestigio internazionale acquisito dall’Italia in ambito europeo. A tali elementi si affiancavano altri temi cari all’epica fascista, quali il richiamo patriottico alla grande guerra e alla valorizzazione della “vittoria mutilata” che la rivoluzione fascista si prefiggeva di riscattare per rendere onore alle migliaia di caduti, il rapido ristabilimento dell’ordine nel paese conquistato dopo anni di anarchia e, infine, l’allusione al tema classico della Roma imperiale e alla grandezza della sua millenaria civiltà. Alle questioni di carattere nazionalistico, imperniate sulla dialettica propagandistica della redenzione della patria attribuita all’opera mussoliniana, si aggiungevano, talvolta, sottolineature di argomenti e glorificazioni di ambito strettamente locale.
Lo spoglio delle relazioni consiliari restituisce un’immagine poliedrica del Duce, figlia della retorica mitizzante fascista: da un lato emerge l’idealizzazione di una figura quasi sovrannaturale, declinata nelle vesti di “genio benefico e provvido mandato da Dio”, “salvatore della patria”, “autore di un’opera quasi miracolosa”, “mente geniale e lungimirante”, “figura che passerà alla storia cinta di un’aureola di gloria imperitura”; dall’altra prevalgono epiteti di natura istituzionale, quali “capo e fondatore del fascismo”, “illustre statista”, “Duce supremo della gioventù di Vittorio Veneto”, “assertore della continuità della virtù latina della nostra gente”, “restauratore delle sacre istituzioni della patria”, “instauratore della nuova Italia”, fino a sconfinare in formule che evocavano una dimensione più intima e familiare, nella quale ogni italiano poteva riconoscersi, come “umile figlio del popolo”, “bersagliere di Predappio”, “compagno di lavoro e di fede”, “lavoratore con il dono dell’ingegno”.
Le votazioni finali delle proposte si trasformavano ovunque in una naturale e prevedibile apoteosi che rendeva superflua la presenza dei tre scrutatori designati per lo spoglio dei voti, poiché le cittadinanze furono invariabilmente approvate all’unanimità e per acclamazione dai consiglieri, che sovente “scattavano in piedi prorompendo in fragorosi applausi, inni e calorosi evviva”, cui si associavano nelle pubbliche sessioni anche i cittadini e i militi delle camicie nere. L’estratto della deliberazione veniva poi inserito nell’albo pretorio, cui seguiva l’invio di un telegramma di notifica alla Prefettura. Numerosi sindaci ritennero opportuno suggellare la solennità del momento inviando comunicazioni telegrafiche direttamente al capo del governo, alle quali il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Acerbo rispose il 30 giugno, indirizzando al Prefetto di Padova il vivo ringraziamento del Duce a tutti i comuni della provincia che lo avevano insignito della cittadinanza onoraria; copia di tale messaggio venne poi singolarmente recapitata il 6 luglio a ciascuna delle amministrazioni comunali aderenti.
Con la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica italiana, la concessione della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini divenne oggetto di una profonda rilettura critica. Già nel secondo dopoguerra alcuni comuni, tra i quali Napoli e Matera, deliberarono la revoca dell’onorificenza in un contesto segnato dal mutato clima politico-istituzionale e da quel processo di damnatio memoriae che colpisce inevitabilmente tutti i regimi autoritari decaduti. In linea generale, tuttavia, la grande maggioranza delle amministrazioni locali non procedette a una formale revoca del titolo, più per inerzia che per una persistente adesione ideologica al regime fascista. La questione conobbe poi una lunga fase di oblio, interrotta soltanto negli scorsi anni Novanta, quando il dibattito sull’opportunità di revocare le cittadinanze onorarie conferite al Duce è riemerso con rinnovata vitalità, alimentato da un acceso confronto tra schieramenti politici contrapposti che ha suscitato un crescente interesse mediatico. La discussione contemporanea sulla cittadinanza onoraria a Mussolini non riguarda soltanto il giudizio storico sulla sua figura, ampiamente segnata da responsabilità politiche, dalla repressione delle libertà, dall’emanazione delle leggi razziali e dal trascinamento dell’Italia in una guerra disastrosa, ma coinvolge anche il ruolo delle istituzioni nella gestione della memoria collettiva e della condanna del fascismo. Si tratta di una questione fortemente divisiva che continua a suscitare vibranti polemiche tra quanti sostengono il mantenimento del titolo, interpretandolo come monito del passato o come atto politico ormai storicizzato, e chi ne caldeggia la revoca, sottolineandone l’inconciliabilità con i valori fondanti della nostra Costituzione.
Per citare alcuni episodi accaduti recentemente nel padovano, tale dibattito ha interessato con esiti differenti tre comuni: a Carmignano di Brenta, la cittadinanza onoraria è stata revocata il 24 febbraio 2022, mentre a Battaglia Terme la proposta di revoca è stata respinta per un voto il 28 gennaio 2022. Piuttosto singolare appare infine il caso di Maserà, dove nella seduta consiliare dell’8 aprile 2024 una mozione presentata da alcuni consiglieri di minoranza volta alla revoca della cittadinanza a Mussolini e alla contestuale concessione della medesima onorificenza a Giacomo Matteotti è stata respinta dal consiglio comunale, suscitando un ampio clamore mediatico testimoniato anche dalla comparsa di articoli su alcuni quotidiani a diffusione nazionale6.
4. Clima politico e processo di penetrazione del fascismo nei comuni di Albignasego, Cartura, Casalserugo, Due Carrare e Maserà (1920-1926)
La presente indagine, focalizzata su cinque comuni situati nell’area immediatamente a sud di Padova, si propone di approfondire l’esame della situazione politica locale al tempo della concessione della cittadinanza onoraria al Duce in tali municipalità, amministrate da sindaci appartenenti all’area popolare o liberal-fascista e guidate da consigli comunali in molti casi ricostituiti in seguito allo scioglimento delle precedenti giunte (Maserà, Casalserugo e Cartura), avvenuto tra l’ottobre 1922 e l’aprile 1923 all’indomani della presa di potere del fascismo. Tali provvedimenti coercitivi rispondevano all’esigenza di estromettere gli elementi legati a partiti ritenuti antinazionali e di sopprimere così ogni residua forma di rappresentanza democratica, determinando nei comuni meno permeati dall’ideologia fascista una profonda alterazione degli equilibri politici e delle maggioranze formatesi nella tornata elettorale dell’ottobre 1920, che aveva sancito la netta affermazione del partito popolare sui socialisti a Casalserugo (367 voti contro 132), Maserà (399 a 274) e nelle due Carrare (359 a 322) e della lista unica popolare-liberal-fascista ad Albignasego (404 a 144), mentre a Cartura si era registrata una larga vittoria della componente socialista (347 a 198)7.
Per meglio comprendere la genesi di tali vicende è dunque necessario esaminare l’evoluzione degli eventi politico-amministrativi che interessarono singolarmente i comuni in oggetto tra il 1920 e il 1926 e la ridefinizione dei rapporti tra il fascismo e gli amministratori locali, progressivamente assoggettati, per timore o per convinzione, alle logiche del regime. Tale dinamica raggiunse l’apice del suo carattere liberticida con l’emanazione della legge istitutiva delle podesterie (4 febbraio 1926, n. 237), inizialmente applicata ai comuni con meno di 5000 abitanti e in seguito estesa indistintamente a tutte le municipalità (RDL 3 settembre 1926, n. 1910). Le nuove disposizioni legislative precludevano ogni forma di elettività, e il podestà, nominato dal governo tramite le prefetture provinciali, rimaneva in carica per un mandato rinnovabile di cinque anni, concentrando su di sé tutti i poteri e le responsabilità precedentemente ripartiti tra sindaco, giunta e consiglio comunale8. Apriamo l’analisi di questo complesso scenario con le vicissitudini che caratterizzarono il territorio dell’attuale comune di Due Carrare, istituito in seguito all’unificazione delle due precedenti entità amministrative di Carrara S. Giorgio e Carrara S. Stefano, sancita dal referendum del 26 febbraio 1995 e formalizzata con Legge Regionale del 21 marzo successivo. Il 17 novembre 1920, il consiglio comunale di Carrara S. Giorgio aveva eletto nuovo sindaco l’esponente del Partito Popolare Alessandro Zuccolo, al suo secondo mandato, il quale rimase in carica fino all’introduzione del regime podestarile, garantendo una continuità amministrativa che trova pochi riscontri nella provincia, favorita probabilmente dai rapporti collaborativi instaurati con il fascio locale9. Al termine del proprio mandato, il 16 maggio 1926, fu sostituito dal podestà di nomina prefettizia Bortolo Vasoin, medico chirurgo e libero docente di patologia medica presso l’ateneo patavino ma residente a Este, dove dirigeva il locale ospedale civile10. Di orientamento monarchico, Vasoin non apparteneva al fascismo delle origini, essendosi iscritto al partito soltanto nel 1925, ma poiché la normativa vigente non consentiva ai podestà di risiedere al di fuori del comune amministrato, fu costretto a dimettersi nel 1929.
Nel vicino comune di Carrara S. Stefano, invece, nella seduta consiliare tenutasi il 22 ottobre 1920 era stato eletto sindaco il professore di lettere Marcello Cardin, anch’egli candidato di area popolare, che per sopraggiunti problemi personali presentò le proprie dimissioni il 5 agosto 1923, pur mantenendo la carica di consigliere comunale. Il 24 agosto successivo, al termine di una votazione dall’esito piuttosto contrastato, nella quale su 15 consiglieri votanti si registrarono 8 voti favorevoli e 7 schede bianche, fu eletto primo cittadino l’agricoltore Oreste Mattiolo, ma anch’egli rinunciò in seguito all’incarico, dimettendosi il 9 dicembre 1924 insieme a tutti gli assessori della giunta. Tale instabilità amministrativa non sembra, tuttavia, imputabile a ingerenze esterne esercitate da dirigenti del fascio locale, quanto piuttosto a crisi politiche dettate da divergenze interne al consiglio comunale, che raggiunsero il loro culmine proprio con le dimissioni dell’intera giunta, presentate in seguito agli attriti insorti con l’ex sindaco e consigliere Cardin sull’opportunità o meno di alienare un immobile comunale per finanziare con il ricavato la costruzione del cimitero e dell’edificio scolastico di Cornegliana. Nella medesima seduta del 9 dicembre fu quindi eletto sindaco l’agricoltore Domenico Bada, che rimase in carica fino al 16 maggio 192611, quando gli subentrò con il ruolo di podestà l’avvocato Giovanni Vasoin, uomo d’idee politiche liberali che, tuttavia, non risultava iscritto ad alcun partito.

Di natura completamente diversa si presentava, invece, il caso di Cartura, dove le elezioni comunali del 16 ottobre 1920, svoltesi dopo la prorogatio amministrativa dovuta al prolungarsi del conflitto e all’ulteriore rinvio determinato dal vincolo normativo che impediva lo svolgimento nello stesso anno delle elezioni amministrative e di quelle politiche, portarono al governo del comune una compagine socialista guidata dal sindaco Italo Sanavio12. Il mutamento del clima politico conseguente alla marcia su Roma provocò nell’ottobre 1922 l’immediato scioglimento del consiglio comunale e l’indizione di nuove elezioni che, come avvenne in numerose altre località, vide presentarsi un’unica lista liberal-fascista. L’esito della nuova consultazione condusse alla guida del comune il possidente agricolo di Cagnola Gaetano Mandruzzato, candidato gradito al regime, che fu in seguito confermato nel 1926 nella carica di podestà, ricoperta fino alla presentazione delle proprie dimissioni il 28 novembre 1929. Particolarmente critica nei confronti del Sanavio si era rivelata anche la posizione del parroco don Giovanni Sartori, che già all’indomani dell’affermazione socialista manifestò il proprio rammarico per la vittoria dei “nemici della religione e della patria”, osteggiati per aver sottratto il governo comunale alla compagine cattolica e alle direttive del parroco. Lo stesso religioso aveva invece accolto con soddisfazione e viva speranza l’avvento di Mussolini, descritto come “un capo forte e di grande genio”, capace di soffocare le velleità bolsceviche laddove non era riuscita ad affermarsi l’azione di don Luigi Sturzo e del Partito Popolare dopo la revoca del non expedit, il divieto pontificio che fino al 1919 aveva impedito ai cattolici la partecipazione attiva alla vita politica13.
Al febbraio 1923 risale invece lo scioglimento del consiglio comunale di Maserà, formatosi dopo le elezioni del 3 ottobre 1920 che avevano decretato l’affermazione di una coalizione cattolico-liberal-fascista guidata dal neosindaco Luigi Voltan. Tale esito fu favorito anche dalla candidatura di alcuni esponenti fedeli alla linea politica del sindaco uscente Augusto Calore, fondatore dei fasci agrari padovani, direttore del quotidiano “La Provincia di Padova” e in seguito deputato. L’assemblea comunale risultava, tuttavia, popolata da una significativa presenza di consiglieri socialisti, non più tollerabile nel mutato quadro politico nazionale determinatosi all’indomani della marcia su Roma14. Alla breve parentesi amministrativa, affidata al commissario prefettizio Gino Sartori, fecero seguito nuove elezioni che confermarono alla guida del comune il sindaco uscente Luigi Voltan, questa volta a capo di una giunta interamente fascista, composta dai candidati dell’unica lista ammessa alle consultazioni. Con l’avvento dell’amministrazione podestarile cessò il mandato di Voltan e il 16 maggio 1926 venne nominato podestà Luigi Gallo, comandante della 3^ centuria della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (le cosiddette “camicie nere”), che il 29 maggio 1929 dovette presentare le proprie dimissioni perché la carica podestarile era incompatibile con quella di ufficiale della Milizia, ma grazie a una speciale dispensa concessa dal comando generale dell’arma di appartenenza poté mantenere la guida del comune fino al 12 marzo 1932, quando dovette rinunciare all’incarico in seguito al suo trasferimento a Treviso per assumere il comando della 50^ Legione MVSN; gli succederà nelle funzioni podestarili l’ex consigliere comunale Ernesto Scremin15.
Una documentazione più articolata consente di ricostruire con maggiore dettaglio le vicende politiche che interessarono in quel torno di tempo i comuni di Casalserugo e Albignasego.
A Casalserugo le elezioni amministrative dell’ottobre 1920 determinarono la formazione di una maggioranza formata da dodici consiglieri di estrazione liberal-popolare e da tre socialisti, sotto la guida dal sindaco Benvenuto Uliana. La situazione iniziò però a deteriorarsi nel marzo 1923, quando il primo cittadino comunicava al prefetto l’impossibilità di procedere all’approvazione del bilancio preventivo comunale a causa dell’assenza del numero legale dei consiglieri. Nell’adunanza del 3 marzo, infatti, si presentarono soltanto cinque delegati su quindici (altri cinque erano dimissionari), poiché la seduta era stata deliberatamente boicottata su precise disposizioni del direttorio del fascio locale, intenzionato a delegittimare l’amministrazione comunale e imporre il ricorso a nuove elezioni “in omaggio ai nuovi indirizzi e metodi”. Il 24 marzo, a seguito delle forzate dimissioni di tutti i consiglieri, fu deliberato lo scioglimento del consiglio comunale e l’affidamento delle funzioni amministrative a un commissario prefettizio, incarico conferito allo stesso sindaco uscente. Nel motivare le proprie dimissioni, i consiglieri addussero ragioni diverse: qualcuno richiamò un carico di esigenze familiari incompatibili con l’impegno civico, altri denunciarono di essere convocati soltanto per avallare decisioni già assunte dalla giunta, altri ancora giustificarono la propria scelta sostenendo di rappresentare un partito ormai inesistente, mentre la maggioranza si allineò alla strategia fascista volta all’indizione di nuove elezioni, con lo scopo di ricostituire il consiglio attraverso l’affermazione di una lista unica popolar-fascista. Il 9 gennaio 1924, il commissario prefettizio Uliana, poi riconfermato sindaco, poté rivolgersi al nuovo consiglio comunale, salutando i consiglieri neoeletti e rivolgendo un ringraziamento a quelli decaduti e non rieletti “per desiderio proprio o per altre cause”16. Il 16 maggio 1926, in continuità con la sua prolungata gestione amministrativa del comune, Benvenuto Uliana verrà nominato podestà di Casalserugo, ma il 27 marzo 1930 sarà costretto a rassegnare le proprie dimissioni per i gravi motivi di salute che negli ultimi anni gli avevano spesso impedito di occuparsi direttamente dell’amministrazione comunale, rendendo necessario il ricorso frequente a funzionari supplenti nominati dal prefetto17.

Parimenti complessa si presentava la situazione nel comune di Albignasego, che negli anni successivi al biennio rosso e alla marcia su Roma aveva attraversato una fase di relativa stabilità amministrativa, con un consiglio comunale retto dal sindaco liberale Giuseppe Panella, in carica dal 7 giugno 1918 e confermato in occasione delle elezioni dell’ottobre 1920. I rapporti tra l’amministrazione comunale e il direttorio del fascio locale, inizialmente improntati a una pacifica collaborazione, cominciarono tuttavia a incrinarsi all’inizio del 1924, quando il sindaco aveva chiesto al segretario del fascio di Albignasego Zeffiro Marchesini la restituzione di due stanze occupate in affitto presso il palazzo municipale, ottenendo un netto rifiuto. L’episodio, apparentemente marginale, segnò l’avvio di una fase di tensione destinata a protrarsi nei mesi successivi sui terreni più disparati, rinfocolata da un sistematico attacco fascista all’istituzione comunale, fondato tuttavia su criticità concrete e su una situazione finanziaria e amministrativa di oggettivo dissesto18. L’1 aprile 1925 lo stesso Marchesini indirizzava al federale provinciale Giovanni Alezzini una comunicazione nella quale denunciava la grave condizione economica in cui si dibatteva il comune, attribuendola a una distribuzione iniqua dell’imposta fondiaria che favoriva i proprietari terrieri, solo parzialmente compensata dall’elevato livello delle tasse comunali e del dazio di consumo, gravanti su tutta la cittadinanza. Tale assetto fiscale, secondo il gerarca, era la conseguenza del fatto che il consiglio comunale era formato per la maggior parte da proprietari terrieri interessati esclusivamente alla tutela dei propri interessi economici, senza apportare alcun beneficio alla cittadinanza. Veniva poi segnalato l’assenteismo dei consiglieri e degli assessori, in parte residenti a Padova, che partecipavano di rado alla vita amministrativa e, quando il dibattito riguardava temi di rilevante importanza, si raggiungeva a malapena il numero legale con la presenza massima di nove membri su diciassette (i tre consiglieri socialisti, dimessisi il 30 novembre 1923 per le pressioni del fascio, non erano stati sostituiti). Ulteriori elementi di criticità rilevati da Marchesini riguardavano l’inadempienza nell’applicazione ai dipendenti comunali delle tabelle salariali previste dalla legge provinciale, le condizioni precarie della viabilità stradale, lo stato di degrado degli immobili comunali, l’elevato indebitamento per le spedalità e il caro prezzi del pane, venduto al pezzo anziché a peso per favorire il fornaio, che sedeva in giunta come assessore effettivo. La segnalazione si concludeva con un appello al federale per sollecitare l’intervento prefettizio volto allo scioglimento del consiglio comunale, accusato anche di approvare deliberazioni in violazione alla normativa vigente perché votate da nove consiglieri sui venti assegnati, mentre la legge provinciale riteneva valide soltanto le deliberazioni emanate alla presenza di almeno la metà dei consiglieri. Tale memoria fu inoltrata da Alezzini al prefetto il 13 gennaio 1926, con l’invito a intervenire con urgenza per “risolvere la situazione nel più breve tempo possibile”. Il clima di crescente pressione politica che ne derivò e le forti sollecitazioni ricevute per rassegnare le dimissioni, indussero tra il 9 e il 17 gennaio tutti i consiglieri a rinunciare al loro mandato, determinando lo scioglimento del consiglio comunale, avvenuto il successivo 27 febbraio, che aprì la strada alla gestione commissariale di Ermigio Menini, cui seguì la nomina podestarile di Oreste Sgaravatti, insediatosi il 2 aprile 1927 e rimasto in carica fino al 3 gennaio 1944, rappresentando un caso assai singolare di prolungata longevità amministrativa in epoca fascista19.
5. Il conferimento della cittadinanza onoraria al Duce nelle deliberazioni dei consigli comunali di Albignasego, Cartura, Casalserugo, Due Carrare e Maserà.
Le cittadinanze onorarie conferite a Benito Mussolini nei comuni oggetto della presente indagine furono deliberate tra il 16 e il 21 maggio 1924 dai rispettivi consigli comunali, riuniti in seduta pubblica aperta alla cittadinanza. Più che di autentiche deliberazioni consiliari, si trattò nella totalità dei casi di ratificare decisioni il cui esito appariva predeterminato, approvate per acclamazione da amministrazioni filofasciste nelle quali era stata neutralizzata con metodi “persuasivi” ogni forma di opposizione20. L’enfasi retorica e i toni trionfalistici che accompagnarono la chiusura delle sedute, come pure i motivi celebrativi di esaltazione dell’opera rigeneratrice del Duce nelle sue molteplici declinazioni, presentano evidenti analogie con le deliberazioni approvate in tutti gli altri comuni della provincia21.

Sotto tali auspici, nel pomeriggio del 16 maggio fu convocato il consiglio comunale di Carrara S. Stefano, al quale presero parte otto consiglieri su quindici, mentre sette risultarono assenti ingiustificati, a testimonianza di un significativo astensionismo probabilmente riconducibile a una diffusa riluttanza nei confronti dell’argomento trattato e, più in generale, del fascismo, nonostante la recente netta affermazione del Blocco Nazionale alle elezioni politiche, che ottenne nel comune oltre il 63% dei consensi. Nel suo breve intervento celebrativo, il sindaco Oreste Mattiolo espresse la propria riconoscenza verso il Duce per aver restituito all’Italia il suo antico splendore nel momento in cui ogni speranza sembrava svanita, proponendo quindi la concessione dell’onorificenza per acclamazione, alla quale i consiglieri presenti aderirono all’unanimità.
Nella stessa giornata, in seduta antimeridiana e con analogo ordine del giorno si era riunito il consiglio comunale di Casalserugo, alla presenza di dodici consiglieri su quindici (dei tre assenti, uno era dimissionario e uno regolarmente giustificato). Il sindaco Benvenuto Uliana aprì la seduta ponendo l’accento “sull’opera attiva, intelligente ed energica di S.E. Benito Mussolini, Duce delle rinnovate energie italiche” affermando che il comune di Casalserugo “secondo a nessuno per sentimenti di italianità e patriottismo, deve dimostrare la sua riconoscenza verso quest’uomo così benemerito”. Tra i consiglieri era presente il conte Leopoldo Ferri (1877-1937), già sindaco di Padova (1912-1919) e deputato in carica (1921-1924) eletto nelle liste del Blocco Nazionale, al quale avevano aderito molti esponenti che, come lui, appartenevano all’area liberale. Nel suo intervento, l’onorevole Ferri richiamò “l’altissima opera spesa da Benito Mussolini per la difesa, per la prosperità della Patria, per salvarla dal disfacimento e dalla rovina, che i suoi nemici minacciarono, dando il rattristante e doloroso spettacolo della discordia e della guerra interna, dopo la gloriosa Vittoria del nostro valoroso esercito di Vittorio Veneto”. Le sue parole furono accolte da forti acclamazioni e “generali, prolungati, vivissimi applausi di tutto il Consiglio e dei presenti in sala consiliare” che accompagnarono la proclamazione della cittadinanza onoraria al Duce.

Due giorni più tardi, domenica 18 maggio, fu convocato il consiglio comunale di Carrara S. Giorgio, alla presenza di quattordici consiglieri su venti; dei sei assenti, uno risultava deceduto e uno assente giustificato. Il sindaco Alessandro Zuccolo, aprendo la seduta mattutina invitò l’assemblea ad approvare l’ordine del giorno per acclamazione e, per tale motivo, non ritenne opportuno nominare gli scrutatori. Seguì quindi una lunga prolusione nella quale il primo cittadino esaltò la figura del Duce e il suo contributo per la grandezza della Nazione, ricordando che la “proclamazione di S.E. Benito Mussolini a cittadino onorario di questo comune vuol essere non soltanto un atto doveroso ed entusiastico omaggio al Grande Uomo […], ma anche e soprattutto l’espressione sincera, spontanea, incontenibile della riconoscenza senza limiti che tutti ci deve animare verso l’Essere geniale che, creando come per incanto l’ordine di pace, di disciplina, di tranquillità e di verace libertà che funziona mirabilmente da oltre un anno e mezzo, ha assicurato a questo paese ed alla Nazione tutta una vita di reale e crescente prosperità”. Proseguì poi insistendo sul profilo biografico del Duce “umile figlio del popolo che conobbe anzitutto la povertà, la miseria, la durezza del lavoro manuale, la nostalgia dell’emigrare e ramingare per il mondo; che datosi allo studio, si fece da sé quello che è, passando da semplice maestro elementare a giornalista, a direttore di giornali, a duce di masse […] e che divenuto capo del Governo Nazionale, si palesò senz’altro il genio benefico e provvido mandato da Dio per il miglior avvenire, per l’avvenire veramente romano della nostra cara Patria”. Prese poi la parola il consigliere Domenico De Rossi, che a sua volta sottolineò “l’opera sua di ricostruttore e rivalorizzatore delle fortune della Nazione, affermando che dinanzi a tanto Uomo devono inchinarsi quanti si sentono italiani […] ma bisogna che tutti osservino l’ordine e la disciplina che costituiscono i due potenti mezzi con cui l’Italia potrà veramente risorgere a prosperità, potenza e grandezza”. La seduta si chiuse inevitabilmente “in segno di riverente omaggio e d’indifettibile gratitudine” con la proclamazione di Mussolini a cittadino onorario di Carrara S. Giorgio, salutata da un “pubblico, commosso ed entusiasmato che applaude freneticamente”. Prima dello scioglimento dell’assemblea, il consigliere ed ex sindaco Marcello Cardin si unì alle varie espressioni di giubilo, ribadendo che “non vi è oggi nel mondo, anche per concorde giudizio dell’estero, uomo politicamente più acuto, più forte, più grande dell’attuale nostro Capo del Governo, a ragione invidiatoci dalle altre Nazioni che, in virtù dell’opera sua realizzatrice e geniale, guardano effettivamente all’Italia siccome a un faro”.
Nella stessa giornata si riunì il consiglio comunale di Cartura, che vide la partecipazione di diciassette consiglieri su venti. La seduta fu aperta da un breve intervento del sindaco Gaetano Mandruzzato, che giustificò la concessione della cittadinanza onoraria come un tributo “all’Uomo che il Governo della Patria dirige con una superba visione dei suoi destini”, cui seguì la prevedibile approvazione, deliberata naturalmente per acclamazione.

Nella medesima data si riunì con identica motivazione anche il consiglio comunale di Maserà, dove il sindaco Luigi Voltan, accompagnato da sedici consiglieri, dichiarò d’interpretare “con la proposta dell’ordine del giorno i sentimenti di devozione e di gratitudine che animano l’intero consiglio comunale e la popolazione tutta verso l’uomo insigne che nei giorni turbinosi del dopo guerra ebbe ad assumersi la grave responsabilità del Governo della Patria per condurla a traverso le più grandi difficoltà in breve tempo ad un grado di floridezza non mai raggiunta e di tale prestigio nel consesso delle grandi Nazioni per cui la sua amicizia è contesa”. Anche in questo caso, la concessione dell’onorificenza fu sancita dai consiglieri comunali e dal pubblico “con applausi vivissimi ed evviva”.
Al clima di unanimi consensi registrato nei comuni contermini, faceva eccezione la situazione dell’amministrazione municipale di Albignasego, comune nel quale l’ascesa del fascismo aveva incontrato maggiori resistenze e dove nelle elezioni politiche del maggio 1924 il Blocco Nazionale, pur raccogliendo notevoli consensi, non aveva raggiunto la maggioranza assoluta, attestandosi intorno al 40%, una percentuale tra le più basse della provincia. Nel comune alle porte di Padova si manteneva, infatti, piuttosto consistente l’adesione alla compagine popolare (18%) e soprattutto il consenso raccolto dai tre partiti della sinistra, che conseguirono circa il 32% dei voti. La rilevante incidenza delle schede nulle (8,7%), costituisce poi una prova eloquente di pratiche fraudolente e annullamenti arbitrari posti in essere attraverso brogli volti a contenere gli effetti di un mancato allineamento plebiscitario al fascismo, fenomeno ricorrente nei centri in cui il Blocco Nazionale non raggiunse i risultati attesi. Il consiglio comunale fu diligentemente convocato in sessione straordinaria il 21 maggio, ma dei diciassette consiglieri in carica (tre erano da tempo dimissionari) soltanto nove si presentarono alla pubblica seduta, mentre ben otto furono gli assenti, di cui uno ammalato ma favorevole e uno giustificato (l’assessore Arturo Tosi, che fece pervenire un biglietto di adesione e plauso). Risultava inoltre assente anche il segretario comunale, sostituito dal supplente Ciciliano Sartori, che prestava servizio con le medesime mansioni presso il comune di Casalserugo. Nonostante il numero ridotto dei presenti, lo svolgimento della riunione consiliare ricalcò fedelmente il modello e gli esiti raggiunti negli altri comuni; il sindaco Giuseppe Panella, ritenendo superfluo soffermarsi sulla narrazione “dell’opera svolta e che va continuamente svolgendo al bene della patria S.E. Benito Mussolini”, manifestava imperitura riconoscenza verso il “Capo e fondatore del fascismo che vuole valorizzato l’Esercito glorioso e la Marina che hanno vinto e sgominato il secolare nemico, che con giuste provvidenze di governo di assistenza alle madri, vedove e orfani di guerra tributa riconoscente memoria agli eroi caduti, ai feriti, ai minorati, ai danneggiati; che vuole l’Italia rispettata e temuta nel mondo; che vuole l’equo trattamento fra i datori di lavoro e gli operai dei campi, delle officine, degli uffici pubblici e privati; che vuole ristabilita la pace, la concordia e l’armonia per tutte le classi sociali”. inevitabile fu l’approvazione della cittadinanza onoraria al Duce “in segno di umile omaggio, perenne riconoscenza, gratitudine patriottica e vivo plauso”, salutata dagli applausi deferenti dei presenti.
Franco De Checchi. Lo studioso ha all’attivo dieci libri e una settantina di lavori tra contributi e saggi. Vanta una lunga collaborazione con riviste di storia e cultura locale: “Padova e il suo territorio”, “Terra d’Este”, “Alta Padovana” e “Saccisica” e internazionali “Analecta TOR”, e “Studi Veneziani”. Nel 2016 è stato insignito del premio letterario Giovanni Brunacci per la storia del padovano come coautore del libro “Le certose di Padova”. Si occupa anche di storia dell’emigrazione e storia del ventennio fascista.
La bio/bibliografia completa di De Checchi la trovate qui; Chi siamo
Note
) Michelangelo BORRI, “Il cittadino d’Italia”. La cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, in “Passato e presente”, XLI (2023), 118, pp. 93-108.
) Angelo VENTURA, Padova, Bari 1989, pp. 324-326.
) Per una dettagliata panoramica sui risultati delle elezioni politiche del 1924 si rimanda a Archivio di Stato Padova (di seguito ASPd), Gabinetto Prefettura, b. 292. “Considerazioni sui risultati delle elezioni politiche del 1924” e “Elezioni politiche – Voti di lista. Elenco dei comuni della Provincia di Padova”. Sulle violenze che precedettero la tornata elettorale si rinvia a Il Popolo veneto, 4 e 9 aprile 1924; Ferruccio SABBION, Tribano, una storia millenaria, Bagnoli di Sopra 2010, p. 130; Carlo MIOTTO, Recuperando la memoria. San Martino di Lupari: dalla prima guerra mondiale all’avvento dell’Impero italiano (1915-1939), Limena 2011, pp. 328-329.
) ASPd, Gabinetto Prefettura, b. 292, Circolare telegrafica riservata n. 10284 del 7 maggio 1924.
) Ibid., b. 292. La busta contiene tutte le deliberazioni dei consigli comunali e dei commissari prefettizi e i telegrammi di conferma inviati alla Prefettura e al Presidente del Consiglio. Da questo fondo archivistico sono tratte, ove non diversamente specificato, le notizie riportate nelle pagine seguenti.
) A tale riguardo si vedano gli articoli pubblicati il 29 gennaio 2022 e il 26 febbraio 2022 su “Il Mattino di Padova (rispettivamente per Battaglia Terme e Carmignano di Brenta) e il 12 aprile 2024 su “La Stampa”, “Il Fatto Quotidiano”, “Il Corriere del Veneto” e “Padova oggi” (Maserà).
) La Provincia di Padova e Il Veneto, 4-5 ottobre 1920, Elezioni del 2 ottobre 1920 (III mandamento di Padova) e Il Veneto, 17 ottobre 1920, Elezioni del 16 ottobre 1920 (mandamento di Monselice).
) Alessandro BAU’, All’ombra del fascio. Lo stato e il Partito Nazionale Fascista padovano (1922-1938), Sommacampagna 2010, p. 44.
) Archivio Storico Comunale Due Carrare – Carrara S. Giorgio, Amministrazione, categoria I/0, Registro deliberazioni del consiglio comunale (1913-1926), b. 122
) Le notizie riguardanti l’insediamento dei podestà sono contenute in ASPd, Gabinetto Prefettura, b. 339 (comuni di Albignasego, Carrara S. Giorgio, Carrara S. Stefano, Cartura e Casalserugo), b. 336 (comune di Maserà).
) Archivio Storico Comunale Due Carrare –, Carrara S. Stefano, Amministrazione, categoria I/0, Registro deliberazioni del consiglio comunale (1921-1926), b. 101; categoria I/5, Podestà, sindaco, assessori (1839-1995), b. 73; Governo, categoria VI/2, Elezioni e liste elettorali (1919-1921), b. 261
) Ivano CAVALLARO, Ieri a Cartura, Conselve 1977, p. 150.
) Giovanni SARTORI, Storia documentata di Cartura, Maserà 1989, pp. 205-207.
) Ennio CHIARETTO, Storie nella storia di Maserà, s.l. 2018, pp. 282-283 e 294-295.
) ASPd, Gabinetto Prefettura, b. 336.
) Ibid., b. 303.
) Ibid., b. 339, fascicolo Casalserugo.
) Lino SCALCO, Una identità divisa. Albignasego tra storia e memoria (1902-1945), Cittadella 1999, pp. 92, 152-168, 185-186, 294.
) ASPd, Gabinetto Prefettura, b. 339, fascicolo Albignasego.
) ASPd, Gabinetto Prefettura, b. 292. Deliberazioni dei consigli comunali di Albignasego, Carrara S. Giorgio, Carrara S. Stefano, Cartura, Casalserugo e Maserà.
) Franco DE CHECCHI, I comuni padovani e la cittadinanza onoraria al Duce, in “Padova e il suo territorio”, n. 229, giugno 2024, pp. 36-41.


