
Foto: Casone nel comune di Arzergrande
Con una bella inchiesta del 1932, la rivista Padova ci fa sapere che, in quegli anni, i cosiddetti “casoni”, ovvero le abitazioni dei poveri contadini e braccianti agricoli, erano ancora un punto fermo del nostro paesaggio, “abitazioni” che stavano, come livello di igienico-sanitario, ancora nel Medioevo. Senza contare il comune di Padova, erano ancora ben 5000 i casoni e le case malsane che ospitavano qualcosa come 50.000 persone circa, anche se molte cosiddette “case” non erano in realtà molto diverse da essi in fatto di abitabilità. Se all’inizio degli anni ’30 del Novecento il numero di questi “ripari” era ancora così alto, bisogna tuttavia considerare che nel frattempo moltissimi erano stati abbandonati, grazie all’arrivo delle industrie che avevano richiamato manodopera dalle campagne. Ci si può solo immaginare quanti fossero e come fosse veramente bassa la qualità della vita qualche decennio prima, ad esempio ad inizio secolo: un esempio sono le foto che qui pubblichiamo.

Foto: Interno di un casone nel comune di Bagnoli
Si nota benissimo che i casoni erano quasi tutti coi pavimenti in terra, con una porticina di ingresso che ricordava molto quella delle celle di una prigione e qualche minuscola finestra. I muri, in mattoni crudi, erano marci e cadenti, e stavano in piedi grazie ad una intelaiatura in legno ricoperta da canne e malta o malta di fango. Addirittura i soffitti erano spesso inservibili e inutili, per via dei tetti in paglia, che si bagnava con l’umidità, e che non garantiva nessun isolamento. Un’unica stufa a legna dava più fumo che calore. Le camere, poche, insufficienti, ospitavano un numero eccessivo di persone, in contiguità con le stalle e quasi in comunità con gli animali, spesso considerati dagli abitanti una seconda necessaria fonte di calore.

Foto: Ingresso di un casone nel comune di Conselve
Anche le stalle erano fatiscenti e tale promiscuità portava all’aggravarsi di malattie come la malaria e la tubercolosi. Il fascismo, così come i governi precedenti, si poneva allora il problema di come intervenire, ma le vie per non erano affatto semplici. Bisognava che tutti- dai proprietari delle terre a quelli dei casoni stessi, che spesso non coincidevano, o l’eventuale affittuario- fossero concordi. Al tempo i casoni erano collegati ad appezzamenti di terreno che andavano dal piccolo orto al mezzo campo, fino ai 10-15 campi, quindi i proprietari potevano essere molto diversi. Non tutte le zone della provincia e della bassa erano però caratterizzate dalla massiccia presenza dei casoni, anzi si andava piuttosto a macchia d’olio, infatti ad Arzergrande e nel Piovese se ne contavano molti di più che non nei comuni verso il capoluogo.

Foto: Camera tipica di un casone nel comune di Saonara

Foto: Ingresso di un casone
Fonte: rivista Padova, edita a cura del Comitato Provinciale Turistico n.5, 1932. Foto Danesin. Diritti riservati.
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