
La foto che vedete, restaurata, è tratta da una pubblicazione in ricordo di Don Luigi Zane e ritrae un momento della processione che si svolgeva intorno alle mura della corte che qui infatti sono ben visibili: siamo negli anni sessanta del Novecento. Qualcuno, nemmeno troppo anziano, se lo ricorderà di certo. Ma che cos’era questa famosa corte? Quale fine abbia fatto questa “corte” purtroppo tutti la possiamo vedere, ma la mura che la cingeva per tutto il perimetro, quando è sparita?
Facciamo un salto indietro. Esattamente 1152 anni fa, il 2 maggio 874, compariva per la prima volta, in un documento scritto -una donazione del Vescovo Rosio ai monaci Benedettini- sia il nome “Macerata” (Maserà) che la sua “Curte” (Corte). Si trattava del primo documento riguardante una donazione redatto dal vescovo e Maserà è il primo nome di luogo che in esso compare; seguono Cervarese ed altri. Lo stesso Rosio ci informa anche di avere lui stesso fondato, in quel di “Macerata” la cappella dedicata a San Martino, che gli studiosi ritengono sia però la piccola chiesetta a Ronchi, dunque non dove sorge adesso la chiesa dedicata alla Natività di Maria.
Passano cento anni (970) e dopo avere ricostruito il monastero di S. Giustina distrutto dagli Ungari nel 899 il Vescovo di allora Gauslino ribadisce la donazione ai benedettini con una importante variazione: ci aggiunge una cappella nelle vicinanze della stessa, in onore di Maria Vergine. Ma quando questi vescovi donavano una “corte” cosa intendevano? Forse davano in gestione una azienda agricola bella e pronta come l’hanno vista nei tempi passati gli occhi dei nostri nonni? No di certo: in quell’epoca remota e con quella espressione gli esperti ritengono che si intendesse un nucleo abitato, con un suo centro ben definito e dunque già preesistente, sul quale poi i monaci intervenivano per renderlo utile agli scopi che intendevano raggiungere. Così a Cervarese dalla “corte” nacque un monastero e un ospizio per i pellegrini, mentre a Maserà sorse effettivamente un centro importantissimo dedicato all’agricoltura, gestito direttamente dal monastero di S. Giustina.
L’abate stesso aveva in corte a Maserà un alloggio sempre pronto per le sue visite e pertanto non vi era che uno sparuto gruppo di monaci qui residenti a gestire tutte le attività, che riguardavano una proprietà enorme, più di 1000 campi. La proprietà si estendeva dal centro abitato, a macchia di leopardo, fino ad interessare le zone verso Cagnola e i Patriarcati. I monaci divisero queste estensioni in “possessioni” date in gestione a dei fattori, che dovevano rendere conto e far fruttare la terra. Ma come era fatta la corte, in centro a Maserà? Se guardiamo i disegni, in particolare quelli del 1655, conservati all’Archivio di Stato di Padova, essa era molto diversa da come se le ricordavano appunto i nostri padri o nonni. Quella nella quale molti di loro hanno lavorato era infatti un rifacimento della metà dell’ottocento voluta dai Da Zara, sempre mantenendo la vocazione agricola.
Nel XVII secolo era un edificio a C porticato, con una lunga cinta muraria perimetrale attorno alla corte ed anche al brolo retrostante, fino all’attuale via chiusure. Sebbene la corte abbia subito modifiche con gli anni, la lunga muraglia mantenne quella struttura fino alle devastazioni urbanistiche degli anni settanta-ottanta del 1900. Pare infatti che per qualcuno, in assenza di precise normative di tutela dei beni storici e ambientali, quelle antichissime mura, che vediamo nella foto della processione, fossero un grande ostacolo al progresso e allo sviluppo “moderno” del centro cittadino e dunque ecco che si potevano pure sacrificare in favore del famoso “benessere”.
Fonti:
E. Chiaretto, C.R. Montebelli, “L’innominato tesoretto” di Maserà e l’archeologia del territorio; Borè Roma 2023
D. Guido Beltrame Maserà con Bertipaglia e Cà Murà. Tip. Maseratense Maserà 1999
S. Friso, La Corte Benedettina di Maserà in “Padova e il suo territorio” n. 201, ottobre 2019


