La miseria nei nostri paesi

zoccolaio

Nella descrizione che si fa dei nostri paesi di campagna tra fine otto e inizi novecento ci si sofferma spesso solamente sul mondo contadino, sui ricchissimi padroni delle terre, sui contratti, i gastaldi, le condizioni di vita, le lotte bracciantili, il ruolo del clero, ecc.

Come sappiamo era la miseria la padrona delle campagne e, se si vanno a vedere i giornali dell’epoca, si trovano molti articoli, spesso solamente trafiletti, dove l’indigenza dilagante in ogni borgo, spinta ai limiti, tracimava in vera e propria tragedia.

E’ il caso, ad esempio, dei suicidi di poveri pellagrosi, talmente numerosi che a malapena si guadagnavano tre righe sul quotidiano.

Tale condizione di vita investiva non solo il mondo contadino. C’era anche tutta un’altra fascia di lavoratori, una realtà pulviscolare poco considerata e sofferente in egual misura che i contadini, stiamo parlando degli artigiani, piccole botteghe e lavori umili, costretti anche loro a fare i conti con una situazione nella quale la mera sopravvivenza era l’obiettivo giornaliero.

Oggi, grazie alla volontà di rielaborare il passato da parte delle istituzioni e dei gruppi di volontariato, siamo abituati a pensare agli artigiani come a delle persone che nella loro bottega esercitavano con cura e dignità la loro “arte” manuale: el marescalco, el marangon, el botàro, ecc.; oppure ad altri artigiani che percorrendo le vie dei paesi, casa per casa, svolgevano i loro mestieri porta a porta: el moèta, el spassacamìn, l’impaièta, ecc., il tutto avendo come contorno un universo che si sarebbe mosso placido, al ritmo sano della natura e delle stagioni, contrapposto cioè a quello disordinato, caotico e snervante di oggi.

In sostanza, dalle rievocazioni paesane, forse anche giustamente, si è voluta rimuovere la miseria morale e materiale che invece permeava le nostre piccole comunità

Ecco allora che quando ci compaiono davanti certi articoli di cronaca locale, con tanto di nomi, cognomi, luoghi a noi ben conosciuti, è come se la realtà di allora reclamasse improvvisamente il proprio spazio.

Marzo 1908, Casalserugo.

Francesco Barison, un contadino del paese, va dallo zoccolaio, Angelo Grigolon detto Marcòn el socoeàro, con un pezzo di cuoio per farsi risuolare le povere calzature.

Succede però che ben presto Marcòn si avvede che questo pezzo di cuoio non era adatto allo scopo. Secondo alcuni testimoni avrebbe avvertito di questo il titolare del frammento di concia, cioè il Barison che però non diede istruzioni all’artigiano.

Marcòn dunque, passando i giorni e non ricevendo parola, utilizzò il cuoio per aggiustare altre scarpe.

29 Marzo. Manca solo una settimana alla tanto reclamizzata grande corsa di velocità in macchina, la Padova Bovolenta voluta dal Barone Leonino Da Zara. Il clima di festa ha contagiato tutti e in questo contesto Barison e Grigolon si incontrano in osteria, proprio a Bovolenta. Improvvisamente Barison chiede conto al socoeàro che fine avesse fatto il cuoio. Dopo la risposta del piccolo artigiano ne nasce una rissa, sedata non senza qualche difficoltà.

I due si separano, ma la tragedia è in agguato. Non passa nemmeno un’ora e Marcon sta tornando verso casa a Casalserugo quando transita in bicicletta davanti all’abitazione del rivale contadino, che esce fulmineo con un bastone, aggredendo selvaggiamente il passante. Il povero socoeàro, dopo essersi riavuto e rialzato, torna a casa e, per non preoccupare la sorella che lo vede barcollare sporco di fango, tenta di minimizzare l’accaduto.

Purtroppo però l’artigiano evidentemente in preda a commozione cerebrale sviene improvvisamente, cadendo dentro un fosso da dove viene immediatamente ripescato e trasportato a casa. Morirà solo qualche ora dopo.

Il giorno seguente i carabinieri di Maserà si presentano alla porta del Grigolon per condurlo al carcere dei Paolotti a Padova.

Un pezzo di cuoio, buono nemmeno a risuolare due zoccoli: ecco cosa poteva bastare all’epoca per essere uccisi; effetto, come si diceva prima, della grande miseria. Storie che non meritavano più di cinque righe sul giornale.

Da: - La Gazzetta di Venezia 30-31 Marzo 1908,

  • Casale ‘900 un paese una famiglia di A.C. Maritan

Testo di Chiaretto Ennio