Foto di Maria Dalla Pietà 1937

Domenica pomeriggio, una giornata soleggiata di febbraio. Mentre faccio i due passi che separano la macchina da casa Vettorato ripasso un attimo le domande che devo fare. Vengo accolto con molta gentilezza da Francesco e Margherita, i figli della signora Maria, che se ne sta seduta comoda nella sua poltrona. Mi dicono che nonna Maria è un po’ preoccupata dell’intervista anche se a guardarla a me non sembra. Ai miei saluti risponde prontamente, con un bel dialetto nostrano che purtroppo non si può rendere con la scrittura.

Mi può dire nome e cognome? 

Dalla Pietà Maria

E quando è nata? 

Scandisce: sono nata il 20 settembre del diciassette.

Ah, 100 anni già compiuti, complimenti! E’ pronta? possiamo iniziare?

Sicuro!

Dove è nata?

Qua, qua a Maserà, in via Chiusure

E quanti eravate in famiglia Dalla Pietà?

In otto fratelli, 3 maschi e 5 femmine

Cosa si ricorda di quando era bambina, diciamo fino ai suoi vent’anni

Il primo ricordo che ho risale a quando avevo due anni. Si tratta di mio padre che torna dalla guerra, la prima. Ricordo questa figura, questa persona che attraversando prima i campi e poi la strada mi viene incontro. Io, piccolina, me ne stavo seduta sul recinto di quella che noi chiamavamo “la mandria” (ma che in realtà consisteva in un unico asinello) e quest’uomo mi si avvicina, mi prende in braccio e mi dice: io sono tuo papà. Pensa che io mio padre ancora non lo avevo visto.

Ma com’erano i rapporti genitori/figli?

Con i mei genitori ci siamo sempre voluti bene, certo che erano severi. C’erano delle regole e andavano rispettate e d’altronde a nessun bambino sarebbe venuto in mente di disobbedire alle regole dei genitori. I tempi erano quelli. Mi hanno insegnato a rispettare tutti, ad essere gentile ed educata con tutti, a voler bene insomma.

E come giochi, cosa si ricorda?

Ah si, c’era il gioco del “mortareto”. (vede che sono perplesso, mai sentito). Si trattava di fare una buchetta in terra e metterci un bottone. Vicino alla buchetta andava messa una pietra in piedi. Poi noi, da una certa distanza, dovevamo lanciare delle altre pietre, con lo scopo di coprire la buchetta, ma senza colpire l’altra pietra. Chi ci riusciva vinceva, gli altri perdevano.

E bambole?

Ehhhhh, bambole… (come dire, roba di troppo lusso, oreficeria). Però mia madre, questo si, una volta mi costruì una specie di bambola artigianale. Era.. Dunque era..fatta con uno “scanareo” (il torsolo o tutolo della pannocchia). Lo aveva vestito con qualche straccetto e pezza, e pure dipinti gli occhi, i capelli, il viso. Insomma per me una vera bambolina.

Parliamo anche di Maserà, di quella di allora. Cosa si ricorda, ad esempio di alcuni personaggi storici (e mitici) del paese?

Mi ricordo il Dottor Tona, che veniva spesso a visitare in bicicletta. Mi pare avesse anche un assistente, che noi chiamavamo “sgalmaretta” ma non ricordo il nome vero. Poi naturalmente ricordo il parroco, don Sebastiano Fabbian, che però tutti chiamavano “Don Bastian o Don Sebastian”, rimasto qui da noi per 36 anni! (in realtà 40. Ndr)

Una parola per descrivere Don Bastian?

Severo, molto molto severo.

Altri personaggi importanti dell’epoca?

I nostri campi erano di proprietà del Da Zara (che quando poi li mise in vendita la nostra famiglia potè comprare). Il fattore, il soprastante con cui avevamo a che fare noi si chiamava Sinigaglia. Io me lo ricordo bene questo signore. Una persona gentile, buona. Anzi guarda, in generale di personaggi cosiddetti importanti del paese (dei quali io mi ricordo) che almeno con noi, con me, non si siano comportati bene non ce ne sono proprio.

Poi di chi altro si ricorda?

Beh, vediamo, ma certo mi ricordo del segretario comunale Carlo Perlasca e della sua famiglia, la moglie e poi i figli: Giorgio e la sorella. Si, me li ricordo bene, specialmente Giorgio, sempre vestito bene, un ragazzo alto e magro, spesso attorniato da ragazze. Guardavamo questi personaggi del paese ma per noi contadini comunque si trattava di un “ceto sociale” un po’ troppo elevato. Il segretario comunale e la sua famiglia abitavano in una casa attaccata al municipio, che tutti in paese chiamavamo appunto “la casa del segretario” NOTA1. Come figura importante, anzi molto importante, c’era anche la levatrice: si chiamava Regina, Biondi Regina. Sì, ne sono certa.

Senta signora Maria, quando conobbe suo marito Antonio?

Beh, sai..stavamo entrambi nella stessa via, a pochi decine di metri di distanza. Avrò avuto, mi pare… si.. mi pare che avrò avuto circa 20 anni o anche meno. Però per conoscerlo veramente fu necessaria un’altra circostanza….

Ritratto di Antonio Vettorato 1930 servizio militare

Cioè?

Una sagra a Carpanedo, alla quale andai con altre due amiche, Maria Petenea (Pettenello Maria) e Nadaina Saia (Zaggia Natalina). Alla sagra c’erano anche questi due giovanotti, due amici: quello che poi diventerà mio marito assieme a mio cugino, Issandro Pissina (Alessandro Bernazzi). I due ragazzi si avvicinarono a noi e ci regalarono un pupazzetto di spugna ciascuna, ricordo che costavano “sinque schei l’uno”. Di lì iniziammo a parlare e poi..

Poi?

Poi io tornai a casa col “mio” e le mie amiche con Issandro Pissina. Che comunque dopo sposò Maria Petenea. Poi però il mio futuro marito partì per la guerra e stette lontano da casa per ben sei anni!

Come mai?

Partì per la guerra via nave e mi raccontò che fu fatto prigioniero dagli alleati quasi subito ( i figli mi dicono che eravamo già nel 41-42, ndr) e trattenuto in Sardegna dove rimase fino alla fine della guerra (NOTA 2). Tornò a casa al seguito degli americani.

Ma vi eravate sposati subito appena conosciuti o dopo la guerra?

Appena conosciuti? Nooo, (ride), abbiamo fatto “amore” (fidanzati, ndr) più o meno dodici anni! E poi, prima di sposarsi mio marito doveva “farsi la camera” e c’è voluto un bel po’ di tempo! (ride di nuovo). Infatti appena sposati (1948) siamo andati a vivere a casa sua, come si usava allora, che poi sarebbe la casa dove siamo ora.

foto del matrimonio 1948

Come si procedeva a quel tempo col “fidanzamento”?

Beh, allora: dopo conosciuti bisognava “discorare” (frequentarsi, ndr) per almeno tre feste di fila. Dopo aver discorso “fora de casa” se la cosa era seria e si voleva proseguire a discorare “in casa” bisognava che il fidanzato o aspirante tale si presentasse ai genitori che naturalmente dovevano essere d’accordo.

Che mestiere faceva prima di sposarsi?

Ho fatto sempre la contadina, e d’altronde ho continuato anche dopo sposata. Facevamo orto, principalmente. Ma anche “formenton” poi la “spagnara” (il foraggio ndr). Quando a casa mia hanno ritenuto che avessi l’età giusta, mi trovarono anche un lavoro in una casa del paese più “facoltosa” della nostra, a servizio.

Che famiglia era?

Ero a servizio in casa Briani, si trattava di una famiglia molto molto numerosa e c’era bisogno di una mano nelle faccende domestiche, fare da mangiare, ecc. Loro erano più “agiati”, avevano preso in affitto le cantine della corte Da Zara per l’attività di vendita vini. Erano gli unici a Maserà che io sappia a possedere una macchina.

Una curiosità: all’epoca dei suoi vent’anni, come si divertivano i giovani di Maserà? Insomma, c’era una sala da ballo, qualcosa del genere in paese, che lei ricordi?

Mah…potrei sbagliare ma che io ricordi non c’era una sala da ballo vera e propria a Maserà. Si ballava fuori, in piazza, ogni tanto durante qualche festa. Se si voleva una sala da ballo mi sembra proprio che la più vicina a noi bisognava andare a Pontemanco o Carrara che fosse. Quelli con più possibilità ovviamente andavano a Padova.

Però c’erano anche altri divertimenti.

Ad esempio?

Eh, ricordo con tantissimo piacere quando con le amiche si andava ogni tanto in centro a Padova. A piedi naturalmente. Una gita lunga una giornata, praticamente.

Mi racconti

Ci si organizzava tra amiche, appunto, per tempo. Il giorno prima, sabato, si rincorreva per l’aia un polletto, lo si prendeva e cucinava, arrosto. Qualche pezzo di pane, e si riempiva un cestino. La domenica mattina presto si partiva per Padova, in tre o quattro. Il giro solitamente era: prima Santa Croce, poi al Santo. Lì, oppure in Prato della Valle, ci si sedeva su una panchina e si sgranocchiava il pollo arrosto, ridendo e scherzando tra noi. Dopo pranzo era tappa obbligata spendere quei due soldi che ci eravamo portate dietro e quindi si andava in un posto, che ricordo benissimo dov’è e sarei in grado di ritrovare ancora oggi, (!! Ndr) a bere la cioccolata. Il gestore si ricordava talmente bene di noi e delle nostre visite che quando ci vedeva arrivare già ci preparava il nostro cantuccio con le cioccolate.

E il cinema?

Oh, ben. Per il cinema bisogna aspettare dopo la guerra, il “tendòn”, un tendone piazzato di fianco al municipio di Maserà dove una volta alla settimana si proiettava un film.

Ecco, infatti torniamo a Maserà. I cosiddetti “servizi”, ovvero botteghe, poste, scuole, ecc. Dove erano?

Allora: c’era la caserma dei carabinieri dove adesso c’è la banca (la cassa di risparmio ndr), poi c’era la posta, io la ricordo quando stava al “casello” (la fermata della “Veneta”, ndr), ma so che nella sua storia l’ufficio postale ha occupato diverse “zone” della piazza, anche in Corte. Le scuole le ho fatte in piazza, vicino al bar Colombara (oggi gestito dai cinesi). Ricordo che era una classe mista, stipata di alunni, almeno 24-25.

Si ricorda il nome della maestra? (attenzione, sono passati novant’anni!)

La signora ci pensa un po’. Mmm…. Si, sì ora ricordo: si chiamava Fabbretti Italia. La signorina Italia, una magra (ride). Ricordo persino con chi ero in banco. Si trattava di Tarcisio Bertoli, che poi diventerà il dott. Bertoli.

Senta ho letto che a Maserà, oltre al mercato del lunedì si teneva anche una affollata “fiera del bestiame”, prima mensile e poi addirittura settimanale. Le risulta?

Si, certamente! Dietro all’edificio del comune c’era un’area apposta dove si teneva la fiera del bestiame. Di questo sono sicura!

A Maserà c’era anche la fornace che fabbricava mattoni, giusto?

Siii, come no. (mi guarda come per dire: come, non l’hai vista? Da dove vieni?). Stava qua vicino, all’imbocco di via Bolzani. Mio suocero è stato impiegato là per molti anni. La proprietà era del Da Zara ma c’erano senz’altro più di 20 addetti e la produzione di “pière” era molto consistente. Guarda, ti posso dire che il cortile di casa qua, è fatto con tutti i famosi mattoni marchiati DZ.

E durante la seconda guerra, come si viveva o sopravviveva qui da noi?

Eravamo più o meno tutta gente povera, ma si tirava avanti con quello che producevano i campi. Si mangiava quello che si riusciva coltivare insomma. E poi c’era sempre la polenta. Tanta, tanta polenta si mangiava. Il pane (nero) era razionato, bisognava usare la “tessera” (annonaria, ndr). Alla nostra famiglia ne toccavano pochissime pagnotte alla settimana, 4 o 5 al massimo.

A Maserà quali erano le “feste” comandate?

Dunque, oltre naturalmente il giorno della sagra (8 settembre, natività di Maria), ricordo il giorno di Sant’Agnese (il 21 di gennaio) che si festeggiava unitamente a San Sebastiano, che cade il giorno precedente. (Nota 3) Si pagavano 3 “franchi” a testa e si poteva partecipare, in canonica, ad un buonissimo pranzo comunitario. Poi si teneva anche la processione molto affollata, che facendo tutto il giro delle mura della Corte, partendo dalla Pieve, tornava nella stessa chiesa: la santa veniva portata in processione da sole donne. Che bei ricordi!. Ma forse la processione e la festa più partecipata era quella dell’immacolata, l’8 dicembre. Ci veniva proprio tutto il paese!. La Madonna veniva portata in processione con una “carretta” in legno, lavorata e intarsiata a forma di chiesa, sembrava una piccola Basilica di San Marco, addobbata, quasi ricamata, bellissima, ancora oggi la ricordo con ammirazione.

Tanto spettacolare anche la processione del Venerdì Santo, dove c’era la tradizione di accendere sui davanzali, sulle porte, in ogni angolo, dei piccoli lumini. Anche nel canale qua dietro (il Bolzani) i giovanotti piazzavano dei lumini in piccole barchette che solcavano l’acqua, mentre le donne preparavano, in mezzo ad un campo, un piccolo altare anche quello tutto illuminato. Che spettacolo!.

Aspetta, non dimentichiamo la festa con processione di San Benedetto (21 marzo), anche quella molto partecipata e sentita. Lì invece c’era una particolarità: gli unici titolati a portare il baldacchino del Santo erano i componenti della famiglia dei rocchetto che per l’occasione indossavano un saio nero (La famiglia Moro, Ndr). Poi anche S. Antonio, San Luigi, ecc. insomma ogni santo meritava il suo ricordo e la sua processione.

Senta signora, durante la visita nella Pieve di Santa Maria ho visto un dipinto nel quale vicino a San Benedetto (la Corte era benedettina) c’è San Bovo con accanto un bue. Mi hanno detto che il giorno di San Bovo si usava benedire le stalle e a Maserà la cosa era molto diffusa. E’ vero?

Ah, il giorno di san Bovo, il 2 gennaio, tutte le stalle di Maserà si aprivano alla visita del parroco. Era proprio una bella e antica tradizione. Il prete entrava in stalla, recitava le orassiòn, e attaccava al muro, a un palo, dove c’era posto una figurina del Santo. E se ne usciva per andare in un’altra stalla. Non prima però di essersi messo sotto un braccio un bel salame! (ride). E se non era un salame era una cesta di uova! (ride di nuovo).

Durante le feste, o chi poteva, cosa mangiava che non fosse sempre polenta?

Da noi chi aveva la possibilità utilizzava il “musetto” (cotechino NDR) per fare una minestra saporita e con quella mangiava tutta la famiglia. Poi naturalmente il venerdì si mangiava sempre di magro: quella era una regola, almeno a casa nostra. Guarda, io ho imparato fin da giovane a fare da mangiare bene, ad esempio il ragù, questo me lo hanno insegnato a fare in casa da Briani che, come ho detto prima, essendo benestanti alcune cose in più anche sul mangiare se le potevano permettere.

Si facevano mai processioni o feste di santi insieme tra le comunità di Maserà e Bertipaglia?

Che mi ricordi no. Ognuno faceva per gli affari suoi.

E politicamente, quando era ora di “fare il sindaco” c’era competizione tra Maserà e Bertipaglia? O si era sempre tutti d’accordo?

(Questa risposta va in dialetto) “I voeva tuti ea carega”

Insomma alla fine, cosa pensa di come si viveva una volta?

Secondo me una volta si mangiava roba genuina, veramente fatta in casa, questo sì. Si mangiava verdura dell’orto che ci si andava a prendere con le proprie mani. In generale qui in campagna non si stava male. Si era poveri ma ripeto: siccome da mangiare, bene o male ce n’era, ci si accontentava, sia prima che dopo la guerra. Il periodo più brutto è stato durante il conflitto quando c’era la costante paura di finire vittima di “Pippo” (Nota 4). Comunque dopo la guerra non è che abbiamo cominciato subito a vedere sto gran sviluppo e per molto tempo siamo andati avanti con la polenta. Polenta da sola o polenta e “ovi”. E naturalmente il nostro maiale, quello era importante. Quello ci ha sempre garantito la carne in casa, ma non solo. Si mangiava proprio tutto. Iniziavamo con le minestre fatte con le ossa del maiale, poi si mangiavano i “nervetti”. Poi il resto, i musetti, i salami e per un anno tutta la famiglia, grazie al maiale, era provvista di tutto il necessario. Così insomma.

Nota1: La casa del segretario, che ora non esiste più, faceva parte del progetto originario della nuova piazza municipio, unitamente alla palazzina del comune. Quando arrivò il segretario Perlasca essa versava in cattive condizioni, causa abbandono durante la prima guerra, e necessitava di restauro, cosa che fu fatta permettendo al nuovo segretario di abitarvi.

Nota 2: Non ho trovato nessun campo di prigionia inglese o alleato in Sardegna, mentre risultano invece molti campi di confino, detenzione, lavoro e concentramento fascisti. Occorrerebbero più dettagli che però la signora non è in grado di fornire

Nota 3: molto probabilmente questi due festeggiamenti molto sentiti avevano origine da noi, la prima in quanto Agnese è la madre di Maria e al cui culto della natività il nostro paese è consacrato, ricordo il dipinto di Jacopo Bassano nella Pieve. San Sebastiano invece, che cade il giorno prima, molto probabilmente era una festeggiamento fortemente voluto dal parroco, una vera istituzione paesana, quel Sebastiano Fabbian (detto Don Bastian) rimasto alla guida spirituale del nostro comune per quasi quarant’anni.

Nota 4: Pippo era il nome con cui venivano popolarmente chiamati, nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, gli aerei da caccia notturna che compivano solitarie incursioni nel nord Italia. I "Pippo", a differenza dei grandi bombardieri che colpivano da alta quota, arrivavano in volo radente, per evitare la contraerea, sganciando bombe o mitragliando nel buio della notte. Le azioni erano rese possibili dalle prime installazioni di apparecchi radar su aerei che proprio con i "Pippo" compirono una sperimentazione su larga scala.

Più che altro si trattava di guerra psicologica notturna che gli alleati avevano ideato nei confronti delle popolazioni rurali che non temevano di essere fatti oggetto di bombardamenti come nelle grandi città e in questo senso, visto ancora la paura con cui gli anziani ne parlano, direi che hanno centrato l’obiettivo.

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Nota: Ricerca e testo Chiaretto Ennio

Si ringrazia la famiglia Vettorato per la gentilezza, le informazioni che ne ho ricavato sono state molto importanti per completare correttamente alcune parti del prossimo libro.

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GALLERIA FOTOGRAFICA DI FAMIGLIA

Ritratto di Maria Dalla Pietà 1937

Ritratto di Maria Vettorato, sorella di antonio

Ritratto di Luigi Vettorato, fratello di Antonio al servizio militare, circa 1930

Ritratto di Graziosa Vettorato, sorella di Antonio

Amica di famiglia, via Chiusure 1910