L’Italia era rimasta divisa in molti stati fino al 1861. Quasi tutti difendevano i propri prodotti con un rigido sistema doganale, facendo pagare forti dazi per tutte le merci prodotte da altri che entravano nel proprio territorio. Ciascun produttore poteva contare solo sulle poche vendite realizzate nel piccolo Stato in cui operava e quindi non aveva modo di svilupparsi. Altre difficoltà erano di ordine naturale: l'Italia non aveva giacimenti di ferro o di carbone, come l'Inghilterra, il Belgio, la Francia o la Germania. Per di più l'ambiente geografico rendeva difficili le comunicazioni. Le Alpi ostacolavano i collegamenti con l'Europa, mentre all'interno la catena degli Appennini isolava intere regioni. La costruzione delle strade o delle ferrovie era quindi particolarmente difficile e costosa: occorreva scavare gallerie o realizzare ponti per superare colline, montagne e burroni.

Ancora nei primi anni del Novecento i trasporti commerciali avvenivano in gran parte via mare. Nel Veneto, durante l’occupazione austriaca, il 12 Dicembre 1842 fu inaugurato il tratto Marghera-Padova, una delle prime ferrovie italiane. Arretratezza economica e staticità sociale erano le caratteristiche principali della regione dopo l’unità: l’agricoltura era l’attività principale, il bracciantate, la mezzadria, l’affittanza, la colonìa parziaria, erano le forme che il lavoro agricolo assumeva nelle varie zone (cfr.F.Morpurgo, Saggi statistici ed economici sul Veneto, Padova, 1868), ma dopo che la Lombardia era stata annessa al regno sabaudo, la regione veneta era andata ricoprendo un ruolo marginale. Difatti, come sosteneva Andrea Gloria, paleografo e storico (Padova 1821-1911) membro del Comitato d’azione padovano contro l’Austria ed organizzatore del museo civico di Padova, le campagne venete si erano spopolate e molti erano i fuoriusciti in attesa della riunificazione. (cfr. Dell’agricoltura nel Padovano, voll.2, 1855)

Solo in pochi casi era stata avviata una modernizzazione delle forme imprenditoriali per la lavorazione delle terre e la commercializzazione dei prodotti; le aziende agrarie capitalistiche erano perciò una rarità, e non riuscivano ad affinare quel contesto di energie imprenditrici che invece la Lombardia contemporanea conosceva nella pianura irrigua. La scarsa consistenza dell’industria veneta è documentata dai comparti produttivi più rappresentativi: il laniero (24 ditte, di cui 13 vicentine), quello della seta (19 ditte), quello vetrario e delle ceramiche, quello chimico. A parte alcune tra quelle laniere, si trattava di imprese tecnologicamente povere.

La diffusione dell’industria tessile favorì uno spostamento di manodopera, specie di donne e bambini, dal settore agricolo a quello industriale, portando però le condizioni di vita ad un decisivo mutamento: essi lavoravano dalle quindici alle sedici ore d’estate, e tredici ore d’inverno presso locali umidi e malsani, con scarsità di luce, mancanza d’aria ed immobilità del lavoro, tutte determinanti di malformazioni gravi quali il rachitismo nei ragazzini.

Non solo, nelle campagne settentrionali l’alimentazione del contadino, basata essenzialmente su diete vegetali dominate da grani e legumi e quindi povera di vitamine, non permetteva di affrontare al meglio la dura vita prevista per i lavoratori, e causò presto la diffusione della pellagra, mentre nel Meridione restava diffusa la malaria, a causa dell’ambiente paludoso congeniale alla zanzara anofele. Nel 1836-37 inoltre, nei centri urbani carenti di adeguate condizioni igienico-sanitarie, comparve il colera, accompagnato da malattie gastroenteriche e dal tifo, tutte cause di numerose vittime.

Si legge in Cronaca segreta de’ miei tempi: 1845-1874, di Carlo Leoni, per l’anno 1854: “In tutte le città del regno, meno Padova, si dà la farina gialla ai poveri a metà prezzo, e sussidi in denaro a povere famiglie. Ma nel contado è maggiore la penuria; si lavorano strade nuove in quasi tutti i Comuni”. Per affrontare l’ammassamento nelle città di numerosi poveri e l’abbandono di numerosi bambini in tenera età i governi degli Stati Italiani istituirono case ed alberghi per i primi, scuole ed asili per i secondi, ma fu soltanto verso la fine dell’Ottocento che iniziarono a sorgere i primi Istituti per l’infanzia (nel 1875 a Milano il Pio Istituto dei Rachitici, e nel 1882 a Padova la prima Clinica Pediatrica) nonostante tutto la mortalità infantile rimaneva molto alta.