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di Cristina Ravara Montebelli, archeologa e amministratrice di YourBoost srls

La coltura del gelso a Maserà e dintorni

Avete notato che ci sono molti gelsi nel territorio del Comune di Maserà e dintorni? Forse no e forse non sapete neppure come sono fatti, quindi iniziamo a parlare della storia dell’allevamento del baco da seta a Maserà e dintorni, partendo dalla coltura del gelso e dalla raccolta delle loro foglie, che ne sono l’alimento.

Filari di Gelso

Fin dai primi dell’Ottocento per la coltivazione del baco da seta era nota la famiglia dei nobili Petrobelli a Bertipaglia. Nella foto i filari di Gelso già di proprietà Chiesa-Petrobelli oggi presenti presso l'agrihotel Cà Murà - http://www.ca-mura.com/ - Ringraziamo la gestione per averci concesso gli scatti fotografici che ripeteremo in primavera quando si potrà ammirare la completa fioritura.

La coltura del gelso: alcuni dati

Iniziamo con i dati storici più oggettivi e vicini cronologicamente a noi che abbiamo trovato, quindi dal primo “Censimento agrario del 1929 (Catasto Agrario)”, che registra la situazione delle “colture legnose specializzate e promiscue” in termini di superficie e di produzione sia a Casalserugo che a Maserà.
A Casalserugo troviamo indicato 1 ettaro di coltura di gelso “specializzata” e 14 ettari di “promiscua”, a fronte ad esempio di 16 ettari e ben 1.080 di viti. Con il termine “specializzata” si indicano gelseti e con “promiscua” gelsi sparsi, spesso piantati a delimitare confini dei poderi oppure “maritati” alla vite, quindi a sostegno dei filari. La produzione media di foglie (il gelso era coltivato per le foglie non certo per le more) era di 75 quintali per le coltivazioni specializzate e solamente 10 quintali per quelle promiscue, a dimostrazione della scarsa resa dei gelseti non specializzati.
A Maserà sono 2 gli ettari di gelseti specializzati e 36 promiscui, a fronte di 19 ettari e 944 di viti. La produzione media di foglie era di 30 quintali per le coltivazioni del gelseto specializzato e 20 quintali per le colture promiscue.
In entrambe le località, oltre a queste colture, sono segnalati solo i peschi e i peri, ma questi ultimi solo a Casalserugo e in genere con valori molto inferiori. Risulta chiaro quindi che, dopo la vite l’albero più diffuso era il gelso.

Attestazioni antiche

Al momento, la più antica attestazione della presenza copiosa di gelsi nel territorio di Casalserugo e Maserà è quella presente nel “Dizionario corografico del Veneto”, datati 1854 dal quale si evince che Casalserugo “produce in copia, cereali, vini e foglia di gelsi”, Maserà è “ubertoso di viti e di cereali, né manca pure di gelsi” ed anche la sua frazione, Patriarcà, un villaggio di soli 600 abitanti è “circondato da terreni ubertosi di cereali con floride piantagioni di gelsi”.

L’importanza dell’educazione degli agricoltori

Nel 1867 una “Statistica Agraria della Provincia di Padova” redatta dalla Giunta Centrale per i prodotti agrari della provincia, incaricata della sua stesura dall’Esposizione Universale di Parigi di quell’anno, fotografa la situazione produttiva e sociale nelle campagne.
L’agricoltura è sostenuta principalmente da affittuari con pochi capitali e si basa su due tipi di rapporto con il proprietario ossia l’obbligo di:
    • pagare annualmente una somma di denaro
    • conferire una parte di prodotti in quota annua fissa.
“Il contratto di mezzadria, in cui il colono divide o parteggia i raccolti col proprietario, è qui piuttosto raro che incognito”.
La “Statistica” riporta anche il punto di vista di Antonio Sette, ingegnere civile e autore nel 1843 del saggio “L’agricoltura veneta”, secondo il quale proprio “l’uso delle fittanze” era causa dello scarso andamento produttivo dei terreni agricoli e proponeva che i proprietari riunissero in “uno o più grossi corpi (mercè le permute) i dispersi poderi, avessero soccide, mezzerie, masserie od altro di simil genere” al posto dei terreni dati in affitto. Sette quindi conclude che i proprietari: “Facciano di educare possibilmente i loro bifolchi. Li sostengano coll’effettivo guadagno ad erudirsi del vero, soprattutto li avvezzino a rinvenire nei gelsi e nei bozzoli il più largo e pronto compenso delle agrarie fatiche”.
Queste parole della Giunta Centrale erano rivolte alla Camera di Commercio ed alla Società d’incoraggiamento di Padova, ma si dovranno attendere ancora vari anni prima che si diffondano nel territorio le conferenze del Comizio Agrario e che sorga la Cattedra Ambulante, con il suo primo direttore, Dino Sbrozzi, sempre attivo sul territorio per istruire gli agricoltori su varie tematiche, in particolare sul maggiore pericolo per i gelsi, il parassita chiamato “Diaspis Pentagona”, al quale nel 1906 aveva anche dedicato un opuscolo.

La Diaspis Pentagona

La Diaspis Pentagona dei gelsi, Padova 1906 da Archivio Palloni, Fondo Sbrozzi

Bibliografia:
L’agricoltura veneta, Padova 1843, pp. 165-166.
Dizionario corografico del Veneto: compilato da alcuni dotti, vol. 1, Milano 1854, pp. 158, 398, 519.
Statistica agraria della provincia di Padova e bonificazioni. Cenni della giunta centrale per i prodotti agrari della provincia da spedirsi all’Esposizione Universale di Parigi dell’anno 1867, Padova 1867, pp. 16-18.